Friday, October 9, 2026

TRENT'ANNI DI PENSIERO CRITICO. Ci serve una mappa - 2

    Come si diceva nella prima parte di questo articolo, il saggio di Martin Davies è  un tentativo di costruire un nuovo modello di Pc. L’autore osserva che le “definizioni filosofiche tradizionali non sempre aiutano a comprendere le diverse aree di ricerca” che si sono sviluppate attorno al tema e, in questo senso, non contribuiscono a dirimere la questione se e come il pensiero critico possa essere insegnato. È dunque arrivato il momento di sviluppare una concezione olistica delle diverse prospettive teoriche.  Che conduca ad un modello inclusivo, in grado di riconoscere il lavoro svolto dal “movimento del pensiero critico” in senso più tradizionale e, allo stesso tempo, di includere contributi provenienti da campi che si collocano solitamente ai margini delle definizioni correnti. Un modello, soprattutto, che sia utile per l’insegnamento. Con un’avvertenza: Davies parla sempre di higher education, quindi si riferisce specificamente all’ambito universitario, anche perché il suo saggio è stato scritto come contributo ad una raccolta sull’istruzione accademica [1]; tuttavia, lo stesso autore chiarisce in altre sedi che – a parte alcune considerazioni più strettamente riferite alla formazione per le professioni – il suo modello si adatta a tutti i livelli dell’istruzione.

Davies ipotizza che il Pc presenti “almeno sei dimensioni distinte”, sebbene “integrate e permeabili”. Ciascuna di esse occupa un ruolo rilevante nel modello complessivo, disponendosi lungo due “assi portanti”, la componente individuale e quella socioculturale. Le prime dimensioni sono quelle delle abilità cognitive, che si articolano a loro volta in capacità di argomentazione e in quelle di valutazione o giudizio (judgment). Davies, in questa parte riprende largamente la tassonomia di Paul, Elder e Bertell e, attingendo anche da altri autori, propone una distinzione fra abilità, da quelle “fondamentali” – come l’analisi dei ragionamenti e l’identificazione dei loro presupposti logici – a quelle “complesse” – come il problem solving (e si noti come Davies riduce ancora il significato di questo concetto, nell’ambito del Pc) – fino alle più “alte” – il “pensiero sul pensiero”, la metacognizione e l’automonitoraggio. È questa la prospettiva – la “Skill-and-Judgment View” – proposta dalle correnti più tradizionali di quello che Davies chiama il “movimento del pensiero critico”, che riconducono il Pc appunto ad un complesso di “elementi cognitivi".

    Tuttavia, già nell’ambito di questa impostazione, si è sviluppata la riflessione [2] su come possedere queste abilità sia diverso dall’inclinazione o dalla tendenza ad usarle e quindi a comportarsi in un certo modo. Si entra così nella dimensione del Pc come atteggiamento o disposizione [3]. Anche qui è possibile una classificazione, per quanto più complicata e incompleta, di concetti come l’umiltà e il coraggio intellettuali, il rispetto per i punti di vista diversi o l’apprezzamento per le diversità individuali. A questo punto, la dimensione della disposizione caratteriale, non può che introdurre a sua volta il tema della azione in quanto conseguenza, possibile ma non necessaria, della disposizione stessa. È in pratica il passo avanti rispetto alla nozione tradizionale di Pc che abbiamo già visto compiere da Paul – che Davies cita insieme ad altri studiosi - nella direzione dell’essere un soggetto critico, il quale agisce criticamente in base a principi etici. Davies propone Il termine "criticality" – che si è tradotto in italiano, non so quanto brillantemente, con “criticità” - per “offrire una prospettiva ampia del concetto di Pc, integrandovi l'argomentazione, il giudizio e l'azione critica”. Esso “trascende la dimensione individuale per estendersi alla partecipazione dell'individuo al mondo, ovvero alla cittadinanza responsabile”. La criticality – osserva ancora l’autore - sta dando vita a un proprio filone di studi accademici, che alimenta la pratica dell’educazione alla cittadinanza. Che nel frattempo si è diffusa anche nel nostro Paese. Davies fa riferimento in particolare al lavoro di Ronald Burnett - filosofo e teorico dell’educazione, con cui lo stesso Davies ha collaborato [4] . In un testo del 1997, lo stesso anno del rapporto dello Stato della California, Burnett propone lo studente cinese immortalato nella celebre foto in cui fronteggia una fila di carri armati in Piazza Tienanmen nel 1989 come esempio di uno spirito critico che diventa azione concreta mossa da un’istanza morale. Per sostenere che l’istruzione – l’Università ma anche la scuola - possono e forse devono fare di più che insegnare agli studenti a dimostrare “pensiero riflessivo e ragionevole”: spingere gli studenti a manifestare una presa di posizione sociopolitica anche conflittuale verso norme o pratiche consolidate.

     Il passaggio dall’asse individuale a quello socioculturale consente però a Davies di compiere un ulteriore avanzamento nel senso dell’inclusività della nozione di Pc. Quello più interessante, anche se non inedito [5]. L’agire critico che abbiamo ora descritto rimane comunque legato in una sfera di coscienza morale personale, propria del cittadino singolo. Ma vi è un altro modo di concepire la presa di coscienza. È quella che propone “storicamente” il “movimento della pedagogia critica”. Il riferimento è a pedagogisti come Paulo Freire, Henry Giroux, Peter McLaren. Il cui pensiero muove da preoccupazioni affatto diverse rispetto a quelle del “movimento del pensiero critico” ed anche del più ampio “movimento della criticità”. Il loro punto di vista è quello della critica all’educazione come espressione dell’ordine sociale esistente e alla sua falsa neutralità, l’obiettivo è la presa di coscienza collettiva della condizione di oppressione o di negazione dei diritti ed essa finalizzata al cambiamento sociale. Davies propone di usare il termine partecipazione critica per distinguere questo tipo di azione dal più generico fare critico (Critical Doing), che abbiamo visto prima.  Esso “porta con sé il senso dell’impegno (engagement)” che significa “agire per, in relazione a o per conto di”.

     Vi è poi un’ultima dimensione del Pc. Quella che l’autore chiama il Pc come creatività o apertura mentale (openness). Anche in questo caso attingendo a studi precedenti, Davies introduce l’idea di considerare il Pc come una sorta di “stile di vita”, per il quale si è “aperti alle sfide di un pensare nuovo”, si riconosce l’esistenza di tensioni irrisolte fra prospettive diverse essendo capaci di viverle positivamente. In altre parole, “di rimanere aperti alle sfide senza cercare di dissolverle” ed “essere disponibili ad andare controcorrente rispetto alle convenzioni”. Apertura, appunto. Ma anche creatività legata alla capacità di intuizione. Non contrapposta a razionalità ma è intesa come ragionamento incarnato. Nelle parole di Davies: “Il pensiero intuitivo si manifesta solo dopo che è già avvenuta un'intensa attività di ragionamento — accompagnata da esercizio nel ragionare, valutazione delle prove e così via. Il pensiero intuitivo si fonda su decisioni pregresse radicate in principi solidi e consolidati. Tuttavia, esso è caratterizzato dal fatto che il soggetto ha ormai superato la fase della riflessione intellettuale consapevole sui propri giudizi e sulle proprie decisioni. Tale modalità di pensiero implica l'aver elaborato un vasto repertorio di schemi cognitivi, dai quali scaturiscono decisioni e azioni immediate e inconsce. Si tratta di un fenomeno diffuso tra i pensatori ‘esperti’ in svariate professioni. La riflessione intellettuale si è integrata nella dimensione corporea e nell'azione, trasformandosi in una risposta intuitiva: l'atleta ‘sa’ gestire la palla o subire un contrasto senza sforzo e in modo inconscio; il musicista ‘sa’ semplicemente come fraseggiare un passaggio, e così via”. Insomma, “creatività e apertura” ci portano in una zona meno definita e definibile della soggettività critica in cui incontriamo da una parte uno stile di conduzione di sé, dall’altra le dimensioni della corporeità e della emotività, che spesso sono trascurate nelle visioni centrate sul ragionamento o sull’agire.

      Alla conclusione del saggio, quella che risulta è una mappa. [6] Di essa, alcuni elementi paiono ben strutturati dal punto di vista teorico, altri indicano campi di ricerca da poco avviati; alcuni rimandano a teorie generali dell’educazione (come la pedagogia critica), altri ad approcci più specifici. Da qui, talvolta, una sensazione di disomogeneità della tessitura complessiva. Eppure, dal punto di vista dell’educazione, l’importanza del lavoro di Davies sta in altro. Egli ci propone, in definitiva, di guardare le cose in modo diverso. Per quanto il Pc si possa pensare come un fenomeno unitario, quello che dobbiamo cercare non è una sintesi, una definizione univoca per quanto articolata. Perché il Pc non è una competenza, per quanto estesa e trasversale. Il Pc, o meglio la formazione di un soggetto critico, è la finalità stessa dell’educazione. Le sue dimensioni coprono dunque un’estensione che coincide con l’estensione stessa del curricolo formativo, ai diversi livelli di maturazione del soggetto. L’educazione, dunque, non è altro che percorrere questo intero spazio, senza pensare che un luogo cancelli o “superi” l’altro e neppure di lasciare inesplorata una parte. Perché, ad esempio, la lotta per il cambiamento sociale non può fare a meno di un pensiero che valuti criticamente anche il proprio agire, pena cadere in un mero indottrinamento ideologico o la dimensione del ragionamento astratto non è superiore o separata da quella della corporeità o dell’azione e così via, per non ridurre la formazione ad una pratica puramente intellettuale.

    Ciò che ci serve sono appunto mappe – che sono comunque approssimazioni, “finzioni utili” dice Davies – che non cancellano la complessità dei luoghi ma servono a collegarli. E a scegliere percorsi. Diversi, quanto lo sono i punti di vista da cui si può guardare l’insieme, l’enfasi che si pone su alcune regioni, le direttrici che si scelgono e si privilegiano. In questo modo, non si cancellano le differenze ed anche le dispute fra gli educatori ma è possibile ricondurle a “discussioni lungo gli assi” e, quindi, se non a dirimerle quanto meno a comprenderle meglio. Sempre che si condivida la risposta alla questione essenziale: “in ultima analisi, che tipo di studente si intende formare?”.  Perché, come scrive ancora Davies: “In molti concorderebbero sul fatto che insegnare a riconoscere e costruire argomentazioni — ovvero il pensiero critico inteso come capacità di ragionamento — sia un'attività importante. Tuttavia, l'educazione finalizzata a un cambiamento sociale e politico potrebbe essere considerata meno auspicabile. Vi è poi chi non vede di buon occhio l'insegnamento del pensiero critico in alcuna delle sue forme”.

   Ancora oggi, certamente, non sono pochi coloro che accettano solo una versione ridotta e incompleta di Pc o che proprio ne farebbero a meno del tutto. Intanto, sono passati ormai altri vent’anni e la ricerca scientifica ha approfondito molti degli aspetti evidenziati da Davies e soprattutto ha fatto irruzione sulla scena, trasversalmente a tutte le dimensioni l’Intelligenza artificiale generativa. Tenendo ferma l’acquisizione teorica di Davies – il Pc come spazio multidimensionale – e assumendo in linea di massima la tassonomia di base del suo modello – come hanno fatto le ricercatrici norvegesi citate nella prima parte - da qui possiamo ripartire per un'altra tappa del nostro aggiornamento.



[1] A Model of Critical Thinking in Higher Education fa parte di M.B. Paulsen (a cura di) Higher Education: Handbook of Theory and Research Springer I. P., 2015

[2] L’autore cita in particolare Matthew Lipmann.

[3] Secondo il celebre esempio del filosofo Gilbert Ryle, un bicchiere, in virtù di determinate proprietà, ha la disposizione a rompersi, anche se, allo stato, non è ancora andato in pezzi

[4] Burnett e Davis hanno collaborato per la curatela della raccolta Higher Education: A Critical Business , Buckingham Bristol, PA: Open University Press, 1997

[5] Sia per questo aspetto che per la dimensione successiva Davies cita in particolare Nicholas Burbules e Rupert Berk, docenti del Department of Educational Policy Studies dell’Università dell’Illinois; per il rapporto fra Pc e pedagogia critica si veda in particolare il loro Critical Thinking and Critical Pedagogy,  Routledge, NY, 1999.

[6] Davis in effetti utilizza un grafico che si definisce a mano a mano che, nel saggio, si aggiungono le diverse dimensioni del Pc

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