Pensiero critico (Pc) è oggi uno dei termini maggiormente usati in tutti i contesti pedagogici, in particolare quando si tratta di definire le finalità di un’azione educativa. Serve, in generale, ad evocare uno scenario attuale e ancor più futuro in cui sarà necessario, non solo sapere cose o possedere abiltà, ma soprattutto ragionare in modo innovativo, non convenzionale, capace di risolvere problemi complessi. E infatti, Pc compare sovente insieme a problem solving e a creatività. A volte si sovrappone ad essi - specie al primo - a volte semplicemente li affianca. Dopo l’esplosione dell’intelligenza artificiale generativa, IA e Pc sono diventati un binomio inseparabile; sia nella versione negativo-difensiva (“il Pc ci servirà per evitare i rischi dell’IA”), sia in quella positivo-proattiva (“ l’IA può aiutarci a formare meglio il Pc”). In un modo o nell’altro, tutti gli insegnanti hanno incontrato molte volte il Pc nei documenti ufficiali, nelle citazioni degli esperti e dei formatori, nelle dichiarazioni dei responsabili politici. Credo che moltissimi di loro, più di una volta, non abbiano potuto fare a meno di chiedersi: “sì, ma che significa, precisamente, Pc? E quindi: “cosa posso fare per insegnarlo?”
Quasi trent’anni fa la Commission on teacher credentialing [1] dello Stato della California commissionò a tre studiosi - Richard Paul, Linda Elder e Ted Bertell [2] - un’indagine per verificare quanto i programmi di formazione e di aggiornamento degli insegnanti californiani dessero effettivamente strumenti per insegnare il Pc ai loro studenti [3] . Tre anni prima una legge statale aveva inserito il Pc e il problem solving fra gli obiettivi prioritari dell’insegnamento scolastico. L’indagine empirica consistette in 140 interviste con docenti universitari delle Schools of Education di 66 università e istituti statali. I tre autori pensarono bene di far precedere la ricerca da una parte teorica in cui cercarono di delimitare il significato del costrutto oggetto della ricerca stessa. Più che tentare una definizione “secca”, il saggio - che è poi diventato un classico della letteratura in materia - stabilisce che Pc è un “concetto multidimensionale”. Di cui è possibile indicare quattro componenti “correlate e interrelate”: l’abilità a impegnarsi in “discorsi ragionati”, cioè in cui si argomenta e si” dà ragione” delle proprie tesi; la capacità di sviluppare il ragionamento entro standard intellettuali riconosciuti, come chiarezza, accuratezza, rilevanza, profondità ed estensione, correttezza logica; le abilità analitiche e inferenziali, ovvero saper riconoscere, valutare e formulare obiettivi e finalità di un ragionamento, domande e problemi, informazioni, costrutti teorici, presupposti e assunzioni, implicazioni e conseguenze, punti di vista, schemi di riferimento; l’impegno rispetto a valori che si esprimono in dati caratteriali e “disposizioni”, come l’umiltà e il coraggio intellettuali, empatia, integrità intellettuali, “fede nella ragione” e imparzialità di giudizio. Come si vede si tratta di qualcosa che va molto al di là di un semplice “pensare in modo logico” e dello stesso problem solving . Gli autori affermano infatti che il Pc è il principale strumento del problem solving e quest’ultimo è uno dei principali usi del Pc ma i due concetti non sono coestensivi.
Quello che colpisce è soprattutto il fatto che Paul, Elder e Bertell diano preminenza proprio all’aspetto personale ed etico a cui, in definitiva, si riconducono anche le altre dimensioni: il Pc - affermano - “non è values free” e si può anzi considerare “un ideale che guida le persone ad impegnarsi in un percorso che li porti ad essere pensatori critici”. Essere pensatori critici e non solo usare il Pc significa quindi anche cercare di “agire ragionevolmente” nella propria vita quotidiana.
Quando i tre autori cercano di individuare un “core meaning” fra le definizioni riscontrate nelle interviste della ricerca, rilevano che esse, pur nella loro grande varietà, “puntano praticamente tutte in una direzione”: la capacità di “prendere il controllo consapevole del proprio pensiero”. E’ nella natura degli esseri umani pensare e in effetti pensiamo continuamente in modo “spontaneo” ma non lo è affatto pensare gli standard e i principi che ci guidano nel pensare. Questo sistematico monitoraggio del proprio pensiero, questo “pensiero del pensiero” richiede quindi un “intervento speciale”. Che è appunto l’educazione. Essa può contare su una leva - l’innata aspirazione umana a ragionare efficacemente e ad ampliare il proprio sapere - e affrontare una inerzia altrettanto forte - la tendenza a credere quello che si desidera credere, che ci mette a nostro agio, che è socialmente dato per scontato.
La parte centrale e più voluminosa del rapporto riguarda - come si diceva - la vera e propria ricerca empirica. In estrema sintesi, l’89% circa degli intervistati dichiarava di considerare il Pc un obiettivo primario del proprio insegnamento e quindi della formazione degli insegnanti, ma soltanto il 19% riconosceva di poter fornire una spiegazione chiara di che cosa fosse il Pc; meno del 10% indicava pratiche didattiche specificamente dedicate. In conclusione, molti docenti universitari sembravano dare per scontato il fatto di formare gli insegnanti al pensiero critico, senza però possedere una concezione sufficientemente precisa né degli elementi che lo costituiscono né delle strategie didattiche necessarie per svilupparlo e da poter poi trasferire nelle classi scolastiche.
La terza e ultima parte del rapporto consisteva in un capitolo di “raccomandazioni politiche” rivolte ai committenti. Gli autori in realtà non facevano che trarre le conseguenze di quanto emerso dalla ricerca: non basta chiedere agli insegnanti di educare al pensiero critico se il sistema non li ha messi in grado di comprenderlo e di praticarlo; occorre quindi innanzitutto “formare i formatori”, poi prevedere il Pc come uno dei criteri per l’accreditamento dei docenti e quindi organizzare un aggiornamento professionale continuo. Tutto ciò presupponendo che il Pc sia “insegnabile” e “trasferibile” nei diversi contesti disciplinari, oltre che verificabile attraverso prove specifiche. I ricercatori se ne mostravano convinti, a condizione, a sua volta, di disporre di un concetto generale condiviso di Pc e delle sue componenti. Che invece essi constatavano essere ancora assente, anche a livello accademico.
Alla fine, Paul, Elder e Bertell concludono con una considerazione che rappresenta il vero “senso politico” del loro lavoro e sui cui vale ancora la pena di riflettere. In realtà - sostengono - il Pc e la consapevolezza della sua importanza sono sempre esistiti, affondano le radici nella nascita del sapere razionale e della stessa filosofia; non sarebbe difficile, seguendo in particolare il versante pedagogico, tracciare un percorso storico da Socrate a John Dewey. Ma fino ad epoche anche recenti il Pc e le forme più alte del pensiero erano riservate a pochi, perché solo un’élite aveva un accesso adeguato alle conoscenze e alle informazioni. In un contesto di accesso potenzialmente universale, diventa invece essenziale che tutte e tutti imparino a valutare la qualità del proprio pensiero e saper “esserne padroni”. Qui sta la difficoltà del compito educativo ma anche il valore essenziale per la stessa democrazia di questa sfida.
Tutto questo trent’anni fa, nella fase ancora iniziale del periodo di straordinarie trasformazioni cognitive che stiamo vivendo. Cos’è cambiato da allora?
Nel maggio scorso, tre ricercatrici norvegesi - Jarmila Bubikova-Moan, Leila Ferguson e Anette Andresen [4] - hanno pubblicato un studio praticamente sullo stesso tema - The Concept of Critical Thinking in Teacher Education: A Systematic Review. [5] Si tratta appunto di una systematic review e meta-sintesi della ricerca empirica sul Pc nella formazione dei docenti (teacher education), con un approfondimento su come il Pc viene definito e concettualizzato. Le autrici hanno esaminato 208 studi empirici, pubblicati dal 2000 in poi, praticamente il periodo dallo studio californiano ad oggi.
Si può anticipare che, per certi aspetti, i risultati sono sorprendentemente vicini a quelli di trent’anni fa. Dopo tre decenni di studi sul Pc e una vastissima letteratura in merito, la chiarezza concettuale è tutt’altro che acquisita. Lo studio riscontra spesso, nei paper esaminati, assunzioni non esplicitate, definizioni diverse e sovente imprecise, incertezze terminologiche. Il problema considerato cruciale che Paul, Elder e Bartell riscontravano nelle testimonianze dei formatori non è affatto scomparso. È semmai diventato un problema non solo di alcuni ambienti accademici ma della letteratura scientifica stessa.
Lo studio del 2026 tenta anche una classificazione dei differenti approcci concettuali. A differenza dello studio del 1997 non cerca però di dare un propria contributo teorico e preferisce piuttosto riprendere il saggio del 2015 di Martin Davies [6], uno teorico dell’educazione australiano - Critical thinking in higher education [7] - il cui scopo era “costruire un modello abbastanza ampio da comprendere le diverse concezioni del critical thinking”. E, in effetti, Bubikova-Moan, Ferguson e Andresen non considerano il “modello di Davies” la miglior concettualizzazione disponibile, lo utilizzano piuttosto come “lente teorica principale” per capire appunto come i diversi studi empirici si orientino nell’accostarsi al tema e quali sono le tendenze prevalenti nell’ambito della letteratura scientifica.
Conviene comunque esaminare il lavoro di Davies , confrontandolo con la parte teorica di quello del 1997, non solo per approfondire gli esiti la ricerca norvegese ma anche per capire come si è sviluppata la riflessione sul tema e in particolare, come vedremo, sulla dimensione etica e politica del Pc.
(1 - continua)
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[1] La Commission, nell’ordinamento di diversi Stati degli USA, è un incrocio fra un ordine professionale e un organismo pubblico collegato ai Dipartimenti statali per l’istruzione. Ha per scopo l’accreditamento - noi diremmo l’abilitazione - degli insegnanti ma si occupa anche della loro formazione e presiede al rispetto delle regole deontologiche e alle sanzioni conseguenti alla loro violazione.
[2] Ciascuno dei tre autori rappresentava una diversa competenza in ambito pedagogico, essendo Paul un filosofo dell’educazione, Elder una studiosa di psicologia dell’educazione e Bertell un esperto direttamente impegnato nelle attività di formazione dei docenti.
[3] L’intero rapporto ha per titolo California teacher preparation for instrution of critical thinking: reaserch findings and political raccomandations, pubblicazione a cura dello Stato della California, marzo 1997. La parte di introduzione teorica a cui si fa riferimento in seguito si intitola A Study of Critical Thinking in Teacher Education. Faculty, Knowledge of the Subject and Teaching Practices
[4] Tutte e tre sono ricercatrici di università norvegesi e costituiscono di fatto un gruppo di lavoro, con competenze specifiche diverse, per gli studi sul critical thinking in ambito educativo. In particolare, la coordinatrice del gruppo, Jarmila Bubikova-Moan, è un’esperta di logica argomentativa.
[5] Il saggio è stato pubblicato nel febbraio 2026 sulla Review of Educational Research (pagg 1-37)
[6] Martin Devies è professore associato della Facoltà di Educazione della Università di Malbourne, si è occupato, oltre che di critical thinking, anche si scienze cognitive, di epistemologia e di teoria dell’argomentazione.
[7] Il saggio compare come secondo capitolo (pagg 41-92) del volume collettivo M.B. Paulsen (a cura di), Higher Education: Handbook of Theory and Research, ed. Springer International, 2015