All’inizio del marzo scorso si è tenuta a Tallin la 16a edizione dell’International Summit on the Teaching Profession. L’ISTP è un evento annuale organizzato da Education International, una rete di sindacati dei lavoratori dell’educazione che conta 375 organizzazioni aderenti da 180 Paesi [1], in collaborazione con OCSE e con il ministero dell’educazione del Paese di volta in volta ospitante. Il Summit consiste nel confronto fra membri di EI e rappresentanti dei governi di venti Paesi dei cinque continenti, invitati in base anche ai temi trattati. Il tema di ISTP ‘26 - Switching gear. Teachers and Learners in the future learning environment [2] - era in pratica la professione stessa dell’insegnante e le sue prospettive future, articolato in tre sotto-temi: l’evoluzione della professione docente, l’autonomia professionale degli insegnanti, le opportunità della intelligenza artificiale e delle tecnologie educative (c’era da scommetterci).
Il report completo della due giorni di discussioni sarà pubblicato nei prossimi mesi. Sono invece disponibili la dichiarazione finale, il commitment [3] dei governi partecipanti e il documento preparatorio curato dall’OCSE, che riassume e commenta i risultati di TALIS-OCSE ‘24 [4] , una indagine mondiale sulle condizioni di lavoro e le esperienze dagli insegnanti .
Quest’ultimo documento - Reimagining Teaching in an accelerating World- inizia con una domanda forse inaspettata: gli insegnanti sono felici di insegnare? Si potrebbe aggiungere: in un mondo che rivolge loro sempre più richieste. Per usare le parole del documento: “di essere studiosi, allenatori, assistenti sociali, guide morali”, ma anche “appassionati e compassionevoli, capaci di rendere l’apprendimento irresistibile, suscitatori di curiosità e al contempo di senso di responsabilità”. Senza contare l’essere guide efficaci nel mondo digitale, oltre che valutatori attendibili e capaci di feedback continui. Per questo, forse, ancor più inaspettata è la risposta: Sì. Circa nove insegnanti su dieci dichiarano di essere complessivamente soddisfatti del proprio lavoro; in Italia la percentuale tocca il 96%. E 95 su cento dichiarano di “sentirsi spesso felici” quando insegnano. Tre quarti degli intervistati dicono che comunque sceglierebbero ancora di insegnare, se ne avessero la possibilità.
Ma cosa “può spiegare gli alti livelli di soddisfazione lavorativa quando le condizioni di lavoro sono spesso tutt’altro che ideali?” - si chiede lo stesso report. La risposta sta forse nel “senso di scopo” che l’insegnamento, più che altre professioni, offre a chi la svolge: quasi tutti indicano fra i fattori importanti “l’opportunità di dare un contributo sociale significativo”. A cui si può aggiungere, per quasi tutti i Paesi, la stabilità dell’impiego pubblico e la presenza di sistemi pensionistici sicuri. Non lo stipendio, invece, di cui è soddisfatto solo il 38%, con differenze però molto rilevanti: da quasi 60% di alcuni Paesi (Austria e Danimarca ma anche Arabia Saudita e Uzbekistan) a meno di uno su cinque in altri (fra cui l’Italia: 23%).
Tuttavia, un insegnante su cinque dichiara di sperimentare talvolta “molto stress nel proprio lavoro” [5] . Che nasce da cosa? Essenzialmente dal doversi confrontare con una generazione di ragazze e ragazzi per i quali è sempre più difficile trovare la motivazione, gestire l’ansia, essere autonomi nell’apprendimento. La presenza pervasiva dei social e dei dispositivi digitali gioca la sua parte, anche se vi sono probabilmente cause più profonde. Fatto sta che un percentuale analoga a quella relativa allo stress si riscontra fra chi dichiara che il suo problema è la “gestione della classe” per via di studenti che “disturbano le attività”. Inoltre il 19% dice di lavorare in scuole in cui si verificano episodi di bullismo e di abusi verbali, con punte anche in Paesi “insospettabili” come la Finlandia o la Svezia. La maggiore preoccupazione che gli insegnanti manifestano risiede, di conseguenza, nel timore di non essere capaci di “supportare le competenze socio-emotive” dei propri studenti. Gli insegnanti sono consapevoli che empatia, autoefficacia, controllo emotivo sono essenziali per la vita individuale e collettiva ma in tanti pensano di non essere in grado di insegnarle, a differenza delle proprie discipline (che il 90% dice di poter fare “con chiarezza”). Il documento OCSE osserva come altri studi dimostrino che queste “competenze socio-emotive”, benché “altamente insegnabili” in diversi contesti, siano ancora considerate “aggiuntive” e non “Integrate nelle discipline” nella generalità dei sistemi scolastici.
Questo complesso intreccio di orgoglio professionale, senso del proprio scopo, preoccupazione per la propria adeguatezza induce il documento finale del Summit a concludere “che l'educazione rimane saldamente radicata nella fondamentale relazione insegnante-studente” e lo stesso Reimagining Teaching osserva che “nonostante si parli tanto di competenze, standard e sistemi, la parte più potente dell’insegnamento rimane ostinatamente umana”, e si sostanzia in “momenti che non si adattano ai fogli di calcolo; sono difficili da misurare, impossibili da automatizzare”.
Il secondo focus di discussione riguardava l’autonomia dell’insegnante. Che emerge come la risorsa decisiva per affrontare il futuro. Perchè abbiamo bisogno di insegnanti responsabili e creativi ma “è improbabile che chi è formato solo per riscaldare hamburger precotti diventi un maestro chef”. E d’altra parte, l’autonomia è anche correlata a “maggiore soddisfazione lavorativa, minore stress e a una maggiore sicurezza nell’adattare le lezioni alle esigenze degli studenti”.
Si aprono così apre altre questioni, in particolare quella della verifica del lavoro degli insegnanti o, se si preferisce, della sua supervisione. Su questo punto “storicamente” delicato, i documenti del Summit non indicano soluzioni. Escludono piuttosto quello che non funziona: il modello di “comando e controllo” della cultura ford-taylorista fondata su verifiche burocratiche e amministrative. I punti su cui far leva diventano allora la chiarezza di obiettivi condivisi, la possibilità di fornire ai docenti riscontri scientifici sull’efficacia delle metodologie adottate, soprattutto lo sviluppo di una cultura della collaborazione. Perché “senza una cultura collaborativa [l’autonomia] può portare a frammentazione, isolamento, pratiche individualistiche”; al contrario, gli insegnanti che lavorano in squadra sono portati a condividere idee, a supportarsi a vicenda e, in definitiva, ad adottare strategie più efficaci. Dove per “collaborazione” si intende non solo programmare insieme ma anche avere momenti sistematici di confronto e osservare reciprocamente il lavoro in classe per dare e ricevere feedback. Cose che in effetti nelle scuole si fanno di rado e semmai solo nelle fasi di formazione iniziale dei docenti. Ma perché nelle istituzioni scolastiche la collaborazione è vista come qualcosa di auspicabile ma non di essenziale? Certo per un retaggio culturale che porta a vedere ancora l’insegnamento come un’arte che si coltiva individualmente ma anche per questioni concrete di organizzazione scolastica. A cominciare dal vincolo del tempo (orari rigidi, momenti di collaborazione non retribuiti o da sottrarre all’insegnamento). Da qui l’esigenza di un cambiamento di politica, basato sulla fiducia, da parte dei decisori politici e dei dirigenti scolastici, negli insegnanti e nelle comunità. Lo statement finale del Summit chiosa così: “Le scuole di successo saranno sempre luoghi in cui le persone desiderano lavorare, le idee possono fiorire, la fiducia è offerta e ricevuta”. E “l'autonomia collaborativa all'interno del sistema è il fondamento di scuole che rappresentano un modello di democrazia per la società”.
Più controversa è la conclusione relativa al terzo sotto-tema: l’intelligenza artificiale nelle scuole. Il documento finale non nasconde il fatto che: “sebbene tutti i Paesi concordassero sul fatto che gli insegnanti rimangano al centro di un'istruzione di qualità, sono emerse differenze significative su come – e in che misura – intendono integrare l'IA nelle classi. I governi si sono mostrati più propensi a vedere le opportunità, mentre gli insegnanti e i loro sindacati hanno auspicato un approccio più cauto e hanno chiesto una maggiore regolamentazione”. Il caso dell’Estonia padrona di casa - di cui abbiamo parlato in questo blog - è stato ovviamente al centro dell’attenzione. Il direttore generale per l'Istruzione dell'OCSE, Andreas Schleicher, si è spinto ad affermare che l’Estonia è “l'esempio perfetto di eccellenza educativa in Europa”. Ma questo non ha impedito al presidente del sindacato estone degli insegnanti di sottolineare che proprio l’ integrazione guidata e responsabile dell'IA nell'insegnamento “richiede un maggiore impegno da parte degli insegnanti e continui adattamenti all'insegnamento e all'apprendimento” e che per questo il suo sindacato continuerà a battersi affinché, “in mezzo a tutti questi cambiamenti, vengano adeguatamente presi in considerazione anche il benessere e il carico di lavoro dei professionisti dell'istruzione”.
Un’osservazione infine sull’Italia. Il governo italiano non era presente al Summit ma l’Italia ha partecipato a TALIS e il nostro sistema educativo e i suoi insegnanti non ne escono affatto male. Come già dicevamo, il rapporto cita l’Italia per l’elevato livello di soddisfazione professionale, a parte l’aspetto stipendiale. Ma è anche alta la percezione di autonomia del proprio lavoro - oltre il 90% dei docenti italiani ritiene di avere una responsabilità significativa nella scelta dei materiali didattici - e la propensione alla collaborazione coi colleghi - oltre la metà dichiara di sentirsi impegnato nel lavoro in team. Altri dati sono pure positivi anche se possono prestarsi a diverse interpretazioni. In Italia è molto bassa la tendenza dei giovani insegnanti a lasciare il proprio lavoro dopo alcuni anni (meno del 10%), cosa che invece accade in altri Paesi, determinando fenomeni di mancanza di insegnanti [6] . Siamo anche il Paese in cui si è registrato, nell’ultimo periodo, la più forte diminuzione dell’età media degli insegnanti - oggi di 48 anni, comunque ancora superiore alla media OCSE che è 45 [7].
In un momento in cui, sempre in Italia, la discussione sulla professione docente sembra polarizzarsi fra le velleità del ritorno al passato (vedi le Indicazioni nazionali sul maestro-magister che torna ad “essere magis”) e l’omaggio al presunto futuro dell’insegnante-youtuber, la lettura dei documenti del Summit rappresentano un utile richiamo alla realtà. Eppure la sensazione è che alcune domande rimangano in sospeso. Se il cuore dell’insegnamento è appunto la relazione docente-studente, che è prima di tutto umana e fondata sulla fiducia, com’è possibile consolidarla in una realtà che spinge verso l’allentamento dei legami personali e la perdita della fiducia, anche verso se stessi? Può bastare, oggi, qualche ora di formazione sulle soft-skill per mettere in grado chi insegna di rimotivare al gusto della conoscenza una ragazza o un ragazzo? Se la considerazione sociale è altrettanto importante del riconoscimento economico - come certificano proprio i dati di TALIS - qual è davvero il ruolo di un mestiere le cui prestazioni sono “impossibili da calcolare” in un sistema sociale che spinge a dar valore solo a ciò che rientra nelle unità di misura dei fogli di calcolo? Oggi si chiede alla scuola di educare prima di tutto al pensiero critico ma com’è possibile farlo se lo stesso insegnante non è capace, lei o lui per primi, di uno sguardo critico verso gli attuali assetti e le tendenze del mondo ?
Il filosofo Gert Biesta, in un suo libro di qualche anno [8] fa invitava a “riscoprire l’insegnamento” osservando che una certa pedagogia progressista, rifiutando il modello conservatore del “saggio sul palcoscenico”, ha finito per ridurre l’insegnante ad un “facilitatore” o addirittura una figura che “resta in secondo piano”. A suo avviso la “riscoperta progressista” del ruolo dell’insegnante passa per la rinuncia all’ossessione dell’apprendimento misurabile e certificabile per riscoprire il valore dell’incontro fra persone “capaci di libertà”. Henry Giroux, da parte sua, citando Gramsci, riscopre il ruolo dell’insegnante come “intellettuale pubblico”, impegnato nella salvaguardia dei valori democratici. Sono spunti di riflessione che forse potrebbero portarci verso una qualche risposta. Che in questo caso non potranno venire dai livelli istituzionali - sui quali comunque incombono grandi responsabilità - ma dalla riflessione e dal confronto fra chi continua a fare questo “nobile mestiere” e di chiunque si interessi al futuro dell’educazione in una società che intenda rimanere democratica.
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[1]- In rapprentanza di 33 milioni di iscritti. Per l’Italia aderiscono le tre sigle confederali di categoria, Cisl Scuola, Uil Rua e FLC-CGIL
[2] Quindi “Cambiare marcia” ma anche, nel gergo colloquiale, “cambiare prospettiva”, “mutare atteggiamento”.
[3] Ovvero un documento sottoscritto dai rappresentanti dei governi in cui sono contenute le azioni che ciascuno si impegna a realizzare entro un anno in accordo con le rispettive organizzazioni sindacali.
[4] Teaching and Learning International Survey (TALIS) è la più ampia indagine mondiale sugli insegnanti e sui dirigenti scolastici, E’ condotta dall’OCSE coinvolgendo circa 280 mila insegnanti di 55 Paesi. Si svolge periodicamente dal 2008. Gli esiti dell’edizione 2024 sono stati resi pubblici nell’ottobre 2025. La prcedente indagine si era svolta nel 2018.
[5] E’ una percentuale importante anche se il confronto fra TALIS e l’indagine State of the Global Workplace condotta da Gallup nel 2025 su tutti i tipi di lavoro riporta una percentuale complessiva quasi doppia.E’ una percentuale importante anche se il confronto fra TALIS e l’indagine State of the Global Workplace condotta da Gallup nel 2025 su tutti i tipi di lavoro riporta una percentuale complessiva quasi doppia.
[6] Anche se si potrebbe notare che questo dipende forse anche dalla mancanza di alternative allettanti in altri settori lavorativi che richiedono laureati ed in effetti casi di mancanza di insegnanti si verificano anche in alcune regioni del nord.
[7] Ciò è dovuto essenzialmente al pensionamento simultaneo di una intera generazione di docenti la cui permanenza prolungata a causa delle “riforme” pensionistiche aveva portato in passato a livelli di età media molto alti.
[8] Gert J.J.Biesta Riscoprire l'insegnamento, tr. it. Cortina Editore 2022
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